UNA “PRESENZA VERA” ACCANTO AL MORENTE

(Marinella Cellai)*

 

 

Presenza Vera significa:

 

·             una presenza capace di stabilire una comunicazione da cuore a cuore con l’altro

·             una capacità di ascolto con le orecchie, con la mente, con il cuore e  attraverso il contatto fisico: un ascolto capace di accogliere e alleviare le sofferenze psicologiche,affettive,  sociali e spirituali del morente  (angoscia di fronte al mistero della morte, angoscia di separazione, sconforto sociale per il degrado fisico e la perdita di autonomia[1]).

·             una capacità di condivisione intensa ma con il controllo del proprio coinvolgimento personale, sapendo mantenere una “giusta distanza d’amore

·             e per ultimo ma non ultimo in ordine di importanza perché l’amore è in se stesso una cura e rafforza gli effetti delle terapie mediche, una capacità di offrire un amore puro e disinteressato che significa considerazione per il valore esistenziale della persona e rispetto per la sua dignità

 

Un rapporto “risolto” con la propria morte e con quella dei propri cari è essenziale.

 

Nel caso specifico dell’assistenza in hospice si tratta di “saper stare” con il morente ed i suoi familiari, di saper trasmettere un senso di fiducia e sicurezza, di serenità e di accettazione  dell’evento che sta per compiersi.  Si tratta, insomma, di accompagnare l’intera unità sofferente (malato e familiari)  attraverso quel difficile tratto di vita che conclude l’esistenza terrena.

 

Ma  si tratta anche di essere capaci di non perdere il proprio “sense of humor” e di saper stimolare quello del malato, di saper cogliere ogni possibile occasione per tirare fuori un sorriso, per suscitare l’interesse, in sostanza per “dare vita” ai giorni che rimangono. Anche scambiarsi ricette di cucina, come spesso accade in hospice è u n buon mezzo per “dare valore” all’altro.

 

La morte fa paura, è un salto nel buio, è forse l’unico mistero che la scienza non è ancora riuscita a svelare. Ma non è solo la morte in se stessa, in quanto incognita, che fa paura: è, forse, piuttosto il processo del morire che terrorizza. Come si muore? Come morirò? E’ la domanda spesso verbalmente inespressa ma che si intuisce attraverso l’espressione degli occhi o la stretta convulsa di una mano.  Ed ecco allora che la mano calda, accogliente, rassicurante dell’operatore trasmette conforto, calma, tranquillità e comunica “non sei solo, sono qui con te e  ti sarò accanto in quell’attraversamento che ti fa tanta paura”

 

E’ attraverso una presenza spesso silenziosa, un contatto fisico, intenso e vero, che si stabilisce una comunicazione profonda che va molto oltre le parole e che costituisce una carezza per l’anima!

 

La capacità di saper offrire una “presenza vera” non può prescindere da una solida e complessa formazione ma è necessario chiarire che non la si può imparare solo sui libri!  Una naturale predisposizione all’amore verso l’altro ne costituisce sicuramente le fondamenta. Una solida formazione di base mette i primi “mattoni”, una formazione permanente consente di mantenere “l’edificio” stabile ma è soprattutto l’esperienza, tutto ciò che ci insegnano i morenti, il confronto con la “nudità” dell’animo umano che si mostra nella sua pura essenza ormai spoglio di qualsiasi sovrastruttura, che dà il senso vero alla presenza.

 

Il volontario ha compiti molto diversificati e variegati ma io ritengo che l’impegno più importante, accanto a quello dell’accompagnamento, sia quello di favorire o ristabilire la comunicazione tra i membri dell’unità sofferente al fine di arrivare a raggiungere una comunicazione sufficientemente veritiera.  Mi soffermo sul termine “sufficientemente” perché talvolta è veramente impossibile abbattere quella barriera di incomunicabilità che si stabilisce tra morente e familiari. E’ una barriera dovuta al troppo reciproco amore ma è tragicamente dolorosa sia per l’uno che per gli altri. Una comunicazione sufficientemente veritiera non è mai brutale e lascia sempre spazio alla speranza ma nel contempo permette al morente ed ai suoi cari di vivere insieme il tempo che rimane, di ringraziarsi, perdonarsi e di  non lasciare “parole non dette”, di non sprecare insomma quel tempo prezioso che è il “tempo del morire” e che è ancora “vita”!

Solo così il morente potrà sentirsi accompagnato, capito, libero di esprimere i suoi desideri e le sue paure e…. libero di andare! Solo così i familiari troveranno conforto e pace per aver “saputo stare” con il loro caro.

 

Il volontario potrà anche insegnare ai familiari alcune semplici modalità di contatto, specifiche per l’accompagnamento del morente e che costituiscono una modalità relazionale che da un lato sostiene i familiari e dall’altro dà conforto a colui che sta andandosene, facendolo sentire “abbracciato e accompagnato” dall’amore dei suoi cari.

 

Considero un “onore” il poter accompagnare una persona nel suo ultimo percorso e sento che coloro che hanno lasciato tracce profonde nel mio animo, mi hanno anche insegnato a vivere meglio.

 

 

 

Summary

A true presence close to the patient who is about to die

A true presence means :
* To be able to establish a "heart to heart" communication with the
patient
* To be able to listen to the patient with ears, heart, mind and also
through touch
* To be able to share the patient's emotions without being too involved
(burn-out)

If working in a hospice, it is important to be able "to stay with" the
Person who is about to die and his relatives, offering them a warm welcome and a deep feeling of calm and trust

Death is a "jump in the darkness" a mistery and it is frightening
but also the process of dying is frightening and a "true
presence" offered also through touch, can help the patient to feel
quieter, more peaceful and to better cope with pain.

A good tuition is necessary, in order to learn how to offer a "true
presence" but it is the experience and what dying people teach us
that helps us to learn what they really need and what gives "a true
sense" to our presence.

The volunteer has not only the task of accompanying the person who is about to die; it is also important that the volunteer helps the dying and his family to establish or re-establish a sufficiently sincere communication. Only if they are able to talk without restrictions, always leaving room for hope, it will be possible for the patient to feel accompanied, loved and free to go. It will also be possible for all of them not to leave words that have not been said and to express their forgiveness, thanks and love

Very simple gestures, specifically conceived for "accompanying" the patient towards death, may also enhance the value of the presence
of relatives and friends. Through such gestures, the person who is about to die would feel embraced and accompanied with love.

 

 

* Traccia della relazione presentata al convegno organizzato da Antea Hospice a Roma nel 2008



[1] È da rilevare che il poter esprimere le proprie angosce ha anche un effetto terapeutico sulla percezione del dolore.